Crescere in una
famiglia
Induista
ortodossa
significa godere
delle libertà
limitate –
spiritualmente
parlando. Fu più
che vero nel mio
caso. Fui
allevato in una
famiglia
Induista
strutturata
rigidamente e
governata
dispoticamente,
con tradizioni
ben preservate,
con usanze ben
sviluppate, e
con delle
aspettative ben
formulate,
naturalmente con
molto amore,
molta
comprensione e
molta
esortazione.
Nonostante tutte
le apparenze
esteriori di
'pace' che
c'erano nella
nostra famiglia,
io provavo
tensione e
insoddisfazione
nelle situazioni
che spuntavano
di tanto in
tanto. Ogni
nuovo
avvenimento era
una nota di
disperazione nel
coro delle
nostre vite
miserabili. Ogni
corda echeggiava
di un'aria di
impotenza che
permeava ogni
fase delle
nostre vite
nella nostra
semplice casa.
Io ricordo
chiaramente che
mi veniva
ripetutamente
detto che tutta
la nostra
infelicità era
dovuta al nostro
karma unito
assieme all'ira
degli dèi contro
la nostra
famiglia. Io non
potevo capire
che cosa avevamo
fatto per
meritare questo
e che cosa
poteva essere
fatto per
cambiare la
cosa, e mio
padre non mi
permetteva di
parlarne.
Noi compimmo le
solite visite ai
templi dei vari
dèi in giorni
dell'anno
stabiliti. Io
ricordo che
percorrevo,
alcune volte
viaggiando su
una tonga (un
veicolo guidato
da cavalli), una
lunga strada per
raggiungere un
particolare
tempio di Shiva,
uno dei tre
principali dèi
Induisti.
L'idolo di Shiva
metteva paura
quando lo si
guardava. Egli
veniva mostrato
seduto in cima
al mondo, mentre
teneva dei
teschi umani
nelle sue mani,
con dell'acqua
che scorreva dai
suoi capelli e
con i suoi occhi
che ti fissavano
con un messaggio
terribile:
"Adorami,
altrimenti sarai
distrutto!".
L'idolo,
adornato con
fiori, era
sempre spalmato
di olio e di
colore rosso. Il
risultato
assoluto era
quello di creare
una sensazione
di presentimento
(di disgrazia) e
di paura. Andavi
via dal tempio
temendo quello
che il futuro
poteva
riservarti e
desiderando,
senza nessuna
reale speranza,
che tutto
sarebbe andato
bene e che lui –
Shiva – sarebbe
stato
soddisfatto di
te. Non mi
sentii mai a mio
agio nel tempio.
L'immagine di
Shiva mi
ossessionava per
giorni dopo il
pellegrinaggio.
C'era un altro
dio che veniva
adorato una
volta all'anno
nella nostra
casa. Si
trattava di
Ganesha, il dio
con la testa di
un elefante e il
corpo di un
uomo. Questo dio
si suppone sia
estremamente
utile. Un figlio
di Shiva, egli
viene riverito
perché allontana
i pericoli. Noi
avevamo
l'abitudine di
comprare un
nuovo modello
d'argilla di
questo dio ogni
anno, e di
adorarlo nel
giorno fissato,
secondo le
tradizioni della
famiglia.
Fu durante una
delle
celebrazioni di
Ganesha che
diventai molto
turbato a
riguardo dei
nostri dii e
della nostra
riverenza verso
essi. Mi ricordo
chiaramente
l'occasione.
Erano stati
offerti dei
dolci a Ganesha.
A noi era stato
chiesto di
chiudere i
nostri occhi e
di pregare per
le sue
benedizioni
sopra la casa.
Non so perché,
ma io non
riuscii a
chiudere i miei
occhi. Rimasi
inorridito nel
vedere un
piccolo topo
scendere sulle
offerte che
erano state
poste davanti al
dio e Ganesha
era incapace di
controllare
questa minuscola
creatura. "Se
lui non è capace
di proteggere se
stesso", dissi a
me stesso, "come
può proteggere
questa casa?" In
quel giorno io
persi la fiducia
in quel dio, e
credo che il mio
viaggio alla
scoperta del
vero Dio
cominciò con
quell'evento.
Accaddero due
eventi in rapida
successione poco
dopo
quell'esperienza.
Il primo fu che
mio padre
insistette
affinché io
ricevessi
l'ammaestramento
nelle scritture
Induiste,
specialmente la
Bhagavad Gita, i
Veda e le altre
scritture. Il
secondo fu
questo, un
annuncio di un
corso Biblico
per
corrispondenza
apparso sul
giornale locale
mi condusse a
cominciare uno
studio della
Bibbia.
I Veda e gli
altri libri
erano
interessanti, ma
essi erano
decisamente
speculativi. Non
c'era nessuna
risposta
precisa.
La Bibbia,
d'altro lato,
indicava delle
risposte
precise. Dio ama
le persone. Dio
fece conoscere
il Suo amore
alle persone, di
sua propria
iniziativa,
quando Egli
mandò Gesù
Cristo nel
mondo. Un Dio
che perorava a
mio favore era
un mistero
sbalorditivo.
Mentre stavo
lottando per
capire le
religioni e le
idee religiose,
il mio lavoro a
scuola stava
spostandosi, per
così dire, lungo
dei canali
regolari. Dopo
avere preso le
mie lauree in
matematica e in
insegnamento fui
assunto per
insegnare in un
Collegio
Cristiano di
Mussoorie, in
India. La scuola
era diretta da
delle società
missionarie
Cristiane per
diffondere le
verità Cristiane
agli studenti
che non erano
necessariamente
dei Cristiani.
Le persone
frequentavano
questa scuola a
motivo della sua
importanza
nell'eccellenza
accademica e
perché il
veicolo di
istruzione era
l'Inglese.
Veniva
insegnato,
incoraggiato e
sviluppato un
linguaggio
appropriato. La
scuola aveva
bisogno di un
insegnante di
matematica, e il
direttore, un
missionario
Australiano, fu,
come lui mi
disse più tardi,
condotto a
offrirmi la
posizione
nonostante il
fatto che non
ero un
Cristiano. Egli
(e io sono
riconoscente per
la sua
disposizione ad
ascoltare il
Signore) rispose
alla guida del
Signore non solo
nell'assumermi
per insegnare in
quella scuola,
ma anche
testimoniandomi
– con parole,
con la sua vita
separata e con
le sue priorità.
Un membro del
personale nella
scuola mi
menzionò la
morte espiatoria
di Gesù Cristo
sulla croce.
"Egli è morto",
lui dichiarò,
"affinché l'uomo
sia libero dalla
sua schiavitù al
peccato e
affinché goda
una vita
vittoriosa per
sempre". La cosa
sembrava
meravigliosamente
pacifica e
realizzabile, ma
io rigettai la
testimonianza
perché, secondo
me, essa era
troppo semplice.
Ci deve essere
molto di più per
la vita che
soltanto la
semplice fede
nella morte di
Cristo sulla
croce. Io ero
stato
ammaestrato a
credere, secondo
le parole dell'Upanishads:
"Egli conosce
veramente
Brahman che lo
conosce come al
di là della
conoscenza;
colui che pensa
di conoscere,
non conosce" [la
traduzione in
italiano del
verso è
approssimativa,
n.d.t.].
Io ero stato
condotto a
credere nel
cercare le
risposte, e mi
era stato
insegnato che
una tale ricerca
poteva durare
molte, molte
vite. I saggi
avevano tentato
di scoprire la
verità e la
realtà su
Brahman per
secoli, ma senza
alcun successo.
Io ero convinto
che la vera
verità si trova
in noi stessi.
Dio e l'uomo
sono
essenzialmente
uno. La
separazione
deriva
dall'essere nati
in questo mondo
illusorio che
afferra l'uomo
nel suo
abbraccio e lo
seduce per non
fargli trovare
il vero
significato
della vita e
dell'esistenza.
La liberazione è
impossibile a
meno che uno non
rinunci alle
attrattive di
questo mondo. Io
ero stato
ammaestrato a
credere che Dio
non è
conoscibile, e
quindi fuori
dalla portata
dell'uomo. E qui
c'era Gesù
Cristo, appeso
alla croce, che
subiva la morte
per mano dei
soldati Romani,
che proclamava
il suo perdono
per le loro
stupide
brutalità – Dio
che cercava
l'uomo e non
l'uomo che
cercava Dio in
sé stesso.
C'era un'altra
dimensione per
il mio dilemma.
Venendo dalla
famiglia da cui
venivo io, la
mia accettazione
di Gesù Cristo
avrebbe fatto
perdere ai miei
genitori il loro
rispetto sociale
e la loro
posizione
nell'intera
comunità. I miei
fratelli e la
mia sorella
avrebbero subìto
un obbrobrio.
Anche quello era
impensabile.
Nonostante io
lavorassi
lontano da casa
in un ambiente
differente, io
non mi sentivo
veramente libero
di prendere le
mie proprie
decisioni.
Cercai di
parlare della
mia situazione
ad alcuni dei
missionari. Essi
non potevano
capire i pesanti
fattori
culturali. Essi
pensavano che
uno deve
semplicemente
prendere una
decisione di
seguire Gesù
Cristo e che
quello è tutto
ciò che importa
veramente.
Alcuni
missionari
ignoravano
totalmente le
tradizioni
Induiste e le
implicazioni
sociali che esse
impongono alle
persone. Essi
respinsero i
miei argomenti
come
insignificanti.
Io non ero
pronto a farmi
convincere che
noi viviamo, e
che quindi
moriamo,
soltanto per noi
stessi, per
mezzo di noi
stessi.
La discussione
senza fine
sarebbe
continuata, sono
sicuro, se io
non avessi
incontrato un
uomo, Major Ian
Thomas, che
stava tenendo
delle riunioni
in una chiesa di
Mussoorie. Egli
prese il tempo
per ascoltare le
mie esitazioni,
i miei
argomenti, e le
mie analisi.
Egli, con grande
sensibilità e
intuito acuto,
mi spiegò i
diritti che
esigeva Gesù
dalla mia vita:
Gesù Cristo - mi
spiegò - ti
metterà in grado
di risolvere i
tuoi dilemmi
quando lo
accetterai. Egli
allora sarà con
te.
Compresi quello
che io dovevo
fare. Non c'era
nessuna
negazione del
fatto che Cristo
mi aveva
chiamato ad
accettarlo come
mio personale
Salvatore e a
seguirlo –
noncurante del
costo. La
chiamata era
estremamente
personale e
urgente. Pensai
alle possibilità
per qualche
altro giorno.
Comunque, non
potevo
sbarazzarmi
delle pressioni
che stavano
continuando a
crescere.
Sentivo che
doveva essere
presa una
decisione.
Io mi volsi a
Gesù Cristo il
16 Luglio 1963
alle 2 di notte,
nella mia
stanza, da solo.
Egli diventò il
mio Salvatore.
Lode al Suo
meraviglioso
nome!
Io però non
avevo calcolato
il prezzo che
doveva essere
pagato per la
decisione. Io mi
aspettavo
rigetto e
umiliazione dai
miei amici e dai
miei parenti. Io
mi aspettavo
persino qualche
scherno da parte
di alcuni di
loro, ma io non
ero pronto a
quello che mi
accadde dopo la
mia conversione;
la mia stessa
famiglia mi
ripudiò. Io non
ero più parte
della famiglia
biologica in cui
ero nato. I miei
amici mi
schivarono. Essi
cominciarono ad
evitarmi come se
io avessi
contratto
qualche
terribile
malattia
contagiosa.
Con tutti i miei
dolori e
fardelli, con
tutta la mia
solitudine, e
con tutte le mie
lotte, io sono
tuttavia
determinato a
seguire il
Signore. Egli è
la mia risposta,
la mia salvezza,
il mio amico.
Come mi assicurò
Major Thomas,
Gesù non è mai
venuto meno:
Egli è mi sempre
vicino per
aiutarmi e
guidarmi. Io non
sto seguendo
un'idea, un
credo, o una
filosofia; non
sto cercando una
rivelazione
interiore; io
non sto operando
in vista di una
liberazione
finale. Sto
seguendo Gesù
Cristo, che è la
vera
rivelazione, la
completa
liberazione.